You know that something is wrong when the pope is German and the president of the European Central Bank is Italian: some punk economics! Enjoy it!
In alcuni post precedenti ho criticato le posizioni di chi vedeva nelle scelte tedesche i prodromi della crisi. Mi associo invece alle stesse persone nel vedere la responsabilità tedesca nel non uscire dalla crisi. Il perchè in modo semplice, ma avvincente è spiegato qui:
http://www.youtube.com/watch?v=oAR0VRLRGHE
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Tuesday, October 2, 2012
Tuesday, May 15, 2012
Chi genera nuove idee?
Attento osservatore del nascente capitalismo mitteleuropeo, Josef Alois Schumpeter descrive nel libro "Teoria dello Sviluppo Economico" il ruolo dell' imprenditore. Schumpeter conosceva bene Nietzsche e la descrizione dell' imprenditore ricorda quella del Superuomo. L' imprenditore con la sua forza creativa riesce ad imporre il nuovo e sovrastare le forze inerziali esistenti che a questo si oppongono. Più avanti con l'età, rifugiatosi ad Harvard durante gli anni del nazismo, Schumpeter osserva il grande capitalismo oligopolista statunitense. Lì, secondo Schumpeter, sono i grandi investimenti nei laboratori di ricerca e sviluppo delle multinazionali che generano innovazione. Insomma l'innovazione da atto di potenza del singolo, non prevedibile, estemporaneo si trasforma in processo sociale statisticamente prevedibile e organizzabile.
Schumpeter ha individuato due meccanismi di generazione dell' innovazione. Il suo errore è stato di credere che fossero due momenti nel ciclo di sviluppo di un paese e che al primo seguisse sempre il secondo.
Oggi sappiamo che entrambi sono necessari. Soprattutto la forza dirompente, fuori dagli schemi logici del pensare comune, può facilmente arrivare da piccole imprese e anche dal singolo imprenditore.
Ogni società che in vari modi vanifica, ostacola l' attività creativa del singolo rinuncia ad una importante fonte di rinnovamento. La società che aiuta , che designa spazi virtuali e fisici, che mette a disposizione risorse per la sperimentazione è lungimirante.
Ma questo vale solo per l' innovazione tecnologica o anche per le idee?
Mi sono immaginato i grandi portatori e generatori di idee e di interessi come i partiti, i sindacati, i gruppi di potere economico, sociale e politico. Dall' altra parte vedo l'esperienza del singolo o di piccoli gruppi che a volte riescono ad imporre idee dirompenti.
Una società ha bisogno di entrambi gli attori. Ultimamente pare che i primi siano in crisi. Forse si potrebbe provare con più spazio ai secondi. Quindi, forse, se c'è un palazzone vuoto, meglio lasciarlo ad una nuova esperienza creativa...
Schumpeter ha individuato due meccanismi di generazione dell' innovazione. Il suo errore è stato di credere che fossero due momenti nel ciclo di sviluppo di un paese e che al primo seguisse sempre il secondo.
Oggi sappiamo che entrambi sono necessari. Soprattutto la forza dirompente, fuori dagli schemi logici del pensare comune, può facilmente arrivare da piccole imprese e anche dal singolo imprenditore.
Ogni società che in vari modi vanifica, ostacola l' attività creativa del singolo rinuncia ad una importante fonte di rinnovamento. La società che aiuta , che designa spazi virtuali e fisici, che mette a disposizione risorse per la sperimentazione è lungimirante.
Ma questo vale solo per l' innovazione tecnologica o anche per le idee?
Mi sono immaginato i grandi portatori e generatori di idee e di interessi come i partiti, i sindacati, i gruppi di potere economico, sociale e politico. Dall' altra parte vedo l'esperienza del singolo o di piccoli gruppi che a volte riescono ad imporre idee dirompenti.
Una società ha bisogno di entrambi gli attori. Ultimamente pare che i primi siano in crisi. Forse si potrebbe provare con più spazio ai secondi. Quindi, forse, se c'è un palazzone vuoto, meglio lasciarlo ad una nuova esperienza creativa...
oggi sono ortodosso
Se si è contro l' ortodossia bisogna anche condividere cosa
dice l'ortodossia quando si è d'accordo.
ed io oggi sono d'accordo con Boldrin. non capita spesso.
Riporto l'articolo che si trova qui:
http://www.linkiesta.it/euro-germania-austerity-critiche#ixzz1uw9g6fXa
Ne approfitto anche per consigliare un'assidua lettura di
linkiesta e, se vi paice, anche una donazione!
Basta criticare la Merkel, i tedeschi con l’euro ci hanno
solo perso
Michele Boldrin
Dall’introduzione dell’euro, la Germania ci ha guadagnato
ben poco, al contrario di quasi tutti gli altri Paesi. I quali, dalla metà
degli anni ’90 sino al 2007, grazie all’ancora tedesca, videro abbassarsi
rapidamente i tassi d’interesse reali sul loro debito. Ora si dà alla Merkel la
colpa dell’austerity, ma è l’Italia che ha aumentato la spesa pubblica fino a
bruciare l’indebito vantaggio che aveva.
Appartengo a quella sempre più sparuta minoranza che ritiene
un gravissimo errore sia attribuire la responsabilità della crisi del debito
sovrano europeo alla creazione dell’Euro, sia incolpare la politica economica
tedesca per le situazioni di difficoltà in cui svariati paesi europei, quelli
mediterranei in particolare, si son venuti a trovare negli ultimi anni.
L’imbarazzante tarantolata collettiva in corso sulla stampa nazionale (alla
quale questo giornale non ha purtroppo ritenuto opportuno sottrarsi) sembra
voler esorcizzare il male, attribuendolo alla strega teutonica e ad una serie
di patetiche balle storiche, invece di riconoscerne le cause endogene
documentate da fatti e statistiche.
Mano a mano che la situazione economica si deteriorava e la
serietà delle misure necessarie ad affrontarla diventava palese, all’eterna e
monomaniacale campagna inglese contro l’Euro (non dovesse mai Frankfurt poter
concorrere con la City of London) si sono aggiunti il lamento greco,
l’invettiva italiana, la maledizione spagnola e lo scherno francese. È da un
secolo che tutto il male, in Europa, viene da Berlino: perché mai dovrebbe
questa essere un’eccezione? Non so se sia un’eccezione (anche perché dubito che
la precedente sia una regola) ma so che i fatti suggeriscono che le
responsabilità andrebbero distribuite con maggiore cautela.
L’Euro ha tanti genitori ma quelli originali non sono di
certo tedeschi, quanto piuttosto francesi ed italiani. Dall’introduzione
dell’Euro, per se, la Germania ci guadagnò ben poco mentre ci guadagnarono,
dalla metà degli anni ’90 sino al 2007, gli altri paesi i quali, grazie all’ancora
tedesca, videro abbassarsi rapidamente i tassi d’interesse reali sul loro
debito. Per un paese come l’Italia questo “regalino tedesco” è stato
equivalente a 4 o 5 punti di PIL all’anno per circa dodici anni: fa circa metà
(esatto: METÀ) del nostro debito pubblico in essere! Se l’abbiamo sprecato
aumentando la spesa primaria dobbiamo ringraziare solo noi stessi.
Sino al 2005 circa la Germania fa peggio della media e solo
leggermente, ma proprio leggermente, meglio dell’Italia che è il fanalino di
coda della zona Euro praticamente da vent’anni. È solo dopo che la coalizione
Schroeder-Merkel addotta, sette anni fa circa, una serie di drastiche riforme
strutturali che l’economia tedesca ricomincia a crescere, la disoccupazione a
calare e l’export a tirare. Non c’entra dunque nulla l’Euro (che c’era di fatto
da una decade) anche perché tutti insistono che sia sopravalutato ed una sua
svalutazione altro non farebbe che rendere ancor più competitive Audi e BMW!
C’entra il fatto che le riforme le han fatte invece di creare commissioni sulla
spesa pubblica da cui nascono commissioni per la spending review che producono
un commissario che chiede consigli su come tagliare la spesa pubblica … Ma non
distraiamoci, continuiamo. Sino a circa la stessa data la bilancia commerciale
fra, tanto per dire, Italia e Germania è in equilibrio o in attivo. Sì, proprio
così: vendavamo di più noi a loro che loro a noi. Incredibile la differenza che
qualche riforma strutturale può fare rispetto alle chiacchere patriottiche,
vero? Andiamo avanti: cosa è successo dopo che i tedeschi hanno fatto i loro
doveri? Beh, è successo che gli altri han continuato a non farli, questo è
successo. È colpa di Angela Merkel se TreniItalia è l’orrore che è mentre
DeutscheBahn no? Davvero han deciso i tedeschi di mettere Rodrigo Rato, un
politicante incompetente, a gestire Bankia?
Ah, i fatti, i maledetti fatti. Molto meglio retorica come
questa per vendere un po’ di mediterranea pseudo-cultura a fronte della fredda
austerità teutonica. Cosa c’entra Weimar con la situazione greca se non perché,
essendo quello di Weimar un fallimento tedesco, esso permette facili quanto
inutili analogie? La Grecia non ha avuto l’appoggio della UE? Avete presente la
quantità di soldi che gli elleni hanno ricevuto e come li hanno spesi? Che
senso ha dire parole in libertà su temi che non si conoscono? In questo momento
la Bundesbank è esposta per circa 700 miliardi di Euro con il resto del sistema
creditizio europeo e sta finanziando da sola l’intero continente.
Da trent’anni il governo tedesco fa la parte dell’asino, al
ritmo di quasi un punto percentuale del proprio PIL all’anno, nel finanziare i
fondi strutturali ed agricoli europei (quelli di cui la Grecia ed il nostro
Meridione han fatto scempio) mentre fa la parte del mulo, al ritmo di altri 300
miliardi di Euro, nel finanziare i vari fondi di stabilità creati dopo il 2009.
L’austerità teutonica sara vuota, come sostiene un buontempone mediterraneo, ma
riempie il salvadanaio che paga gli sprechi siciliani, le ruberie romane, le
follie ateniesi e le sieste sevillane. In questo consisterebbero la leadership
europea e la “supremazia della politica”? Un po’ come spiegare ad uno
sugar-daddy che nel pagare a prestazione la meretrice sta l’essenza del grande
seduttore …
Siamo all’orgia della malafede, ma siamo in ottima
compagnia. L’ultima geniale idea di cui si discute sia al FMI che a Parigi è la
seguente: i tedeschi dovrebbero, per decreto governativo, aumentarsi gli
stipendi (ed i prezzi) di un 6% circa. In questa maniera aumenterebbe la
domanda e tutti potremmo produrre di più, loro inclusi … Ah, vero: perché la
domanda aumenti occorre aumentare solo i salari e non i prezzi, giusto. Ah,
vero di nuovo: così facendo aumentano i costi delle aziende tedesche che
inizieranno a fare perdite. Beh, meglio: qualche azienda tedesca chiuderà e
qualche centinaia di migliaia di lavoratori tedeschi perderà il proprio lavoro
ma, secondo i teorici di questa bestiale versione del modello superfisso, le
perdite di competitività ed occupazione tedesca causeranno analoghi guadagni
greci, spagnoli o italiani. Se non bastasse il 6% quest’anno chiederemo loro un
altro 8% l’anno dopo: prima o poi anche la loro economia andrà in malora ed
allora le nostre risorgeranno! Si chiama leadership continentale, altro che la
vuota austerità secondo cui chi non lavora non mangia. L’ha detto Paul Krugman,
che ha il Nobel, quindi dev’essere vero. Che anche Paul Krugman abbia fatto il
classico?
Friday, May 4, 2012
Giavazzi e gli insider
La recente nomina di Giavazzi come tecnico del governo tecnico, mi ha fatto tornare in mente una lezione di tanti anni or sono di politica economica tenuta proprio dal Giavazzi. In vero fu una delle sue performance peggiori in quanto non si era preparato, ma questa è un' altra storia.
La storia è calzante per spiegare come l' economia dominante si spacci per scienza, come gli economisti si ritengano tecnici super partes, ma come in realtà non sia così.
Sostiene Giavazzi che una delle cause dell'alta disoccupazione è la presenza di un mercato del lavoro duale. Ovvero da una parte ci sono i lavoratori a tempo indeterminato (gli insider) con benefit e salari garantiti e dall' altra disoccupati o sotto-occupati (gli outsider). Gli insider, attraverso le organizzazioni sindacali, erigono barriere di difesa che garantiscono loro l' impossibilità di essere licenziati senza giusta causa e di godere a vita di buoni salari. Gli outsider, che pur di lavorare sarebbero disposti ad accettare un salario più basso, non possono essere quindi assunti. Ma quindi il liberismo è di sinistra? Se rimuovissimo ogni barriera all' uscita, la competizione al ribasso sui salari tra i lavoratori permetterebbe alle imprese di pagare meno il lavoro, assumere le persone più produttive e quindi, meritevoli, potrebbero persino assumere di più e alla fine tutti lavorarebbero guadagnando quanto si meritano e ponendo fine a questa lotta intestina che, data la disoccupazione giovanile, sta prendendo connotati di scontro generazionale.
Anni or sono, agli albori della società industriale, Carlo Marx osservava un mondo con un mercato del lavoro completamente flessibile. Anche in questo mondo esistevano i disoccupati, che Marx chiama esercito industriale di riserva e la cui funzione è quella di mantenere bassi i salari: la minaccia di una facile sostituzione del lavoro tiene a bada ogni tipo di rivendicazione. Le garanzie del lavoro degli occupati sono quindi una condizione necessaria del lavoro per poter avere del potere contrattuale. Sostiene - in verità osserva - Marx, che la disoccupazione è una caratteristica intrinseca del sistema capitalistico ed anche un sistema perfettamente flessibile ha il suo esercito industriale di riserva o outsider che dir si voglia.
Tralasciando una serie di altre considerazioni di Giavazzi che sono sacrosante: un imprenditore ha il diritto ad avere un lavoratore per un periodo di prova, anche lungo, prima di assumerlo a vita. Voi vi sposereste sulla base di un colloquio? Chi colpevolemnte non lavora e lavora male deve poter essere licenziato. Voi non divorziereste dopo anni di matrimonio bianco? e tralasciando anche una serie di posizioni molto discutibili del Marx politico come l' idea che il capitalista imprenditore sia sempre lo sfruttatore. In Italia, i piccoli imprenditori sono spessi eroi che vanno avanti nonostante tutto.
Tralasciando tutto questo, Giavazzi sbaglia. Più flessibilità non aiuta i lavoratori in nessun modo. Una discussione tecnica si trova per esempio qui. Più flessibilità aumenta la produttività perchè riduce i salari.Anche se nessuno ce lo dice il problema non è tecnico, ma politico. Marx lo ammetteva, Giavazzi no.
Infatti nella divisione dei profitti tra lavoro e capitale, più flessibilità significa meno soldi per il lavoro e più per il capitale.Se crediamo che in un momento di crisi sia giusto spostare più risorse sul capitale per permettere investimenti, aumentare la produttività, rilanciare la crescita e creare (in futuro e forse) più occupazione, facciamolo. Ma non raccontiamo la storia degli insider cattivi e degli outsider buoni!
PS: entrambe le teorie sono macroeconomiche e non mi piacciono. Considerano il lavoro come un fattore di produzione. Da Penrose in avanti, alcuni economisti hanno iniziato a considerare i lavoratori come una risorsa. Non a caso Penrose era donna.
La storia è calzante per spiegare come l' economia dominante si spacci per scienza, come gli economisti si ritengano tecnici super partes, ma come in realtà non sia così.
Sostiene Giavazzi che una delle cause dell'alta disoccupazione è la presenza di un mercato del lavoro duale. Ovvero da una parte ci sono i lavoratori a tempo indeterminato (gli insider) con benefit e salari garantiti e dall' altra disoccupati o sotto-occupati (gli outsider). Gli insider, attraverso le organizzazioni sindacali, erigono barriere di difesa che garantiscono loro l' impossibilità di essere licenziati senza giusta causa e di godere a vita di buoni salari. Gli outsider, che pur di lavorare sarebbero disposti ad accettare un salario più basso, non possono essere quindi assunti. Ma quindi il liberismo è di sinistra? Se rimuovissimo ogni barriera all' uscita, la competizione al ribasso sui salari tra i lavoratori permetterebbe alle imprese di pagare meno il lavoro, assumere le persone più produttive e quindi, meritevoli, potrebbero persino assumere di più e alla fine tutti lavorarebbero guadagnando quanto si meritano e ponendo fine a questa lotta intestina che, data la disoccupazione giovanile, sta prendendo connotati di scontro generazionale.
Anni or sono, agli albori della società industriale, Carlo Marx osservava un mondo con un mercato del lavoro completamente flessibile. Anche in questo mondo esistevano i disoccupati, che Marx chiama esercito industriale di riserva e la cui funzione è quella di mantenere bassi i salari: la minaccia di una facile sostituzione del lavoro tiene a bada ogni tipo di rivendicazione. Le garanzie del lavoro degli occupati sono quindi una condizione necessaria del lavoro per poter avere del potere contrattuale. Sostiene - in verità osserva - Marx, che la disoccupazione è una caratteristica intrinseca del sistema capitalistico ed anche un sistema perfettamente flessibile ha il suo esercito industriale di riserva o outsider che dir si voglia.
Tralasciando una serie di altre considerazioni di Giavazzi che sono sacrosante: un imprenditore ha il diritto ad avere un lavoratore per un periodo di prova, anche lungo, prima di assumerlo a vita. Voi vi sposereste sulla base di un colloquio? Chi colpevolemnte non lavora e lavora male deve poter essere licenziato. Voi non divorziereste dopo anni di matrimonio bianco? e tralasciando anche una serie di posizioni molto discutibili del Marx politico come l' idea che il capitalista imprenditore sia sempre lo sfruttatore. In Italia, i piccoli imprenditori sono spessi eroi che vanno avanti nonostante tutto.
Tralasciando tutto questo, Giavazzi sbaglia. Più flessibilità non aiuta i lavoratori in nessun modo. Una discussione tecnica si trova per esempio qui. Più flessibilità aumenta la produttività perchè riduce i salari.Anche se nessuno ce lo dice il problema non è tecnico, ma politico. Marx lo ammetteva, Giavazzi no.
Infatti nella divisione dei profitti tra lavoro e capitale, più flessibilità significa meno soldi per il lavoro e più per il capitale.Se crediamo che in un momento di crisi sia giusto spostare più risorse sul capitale per permettere investimenti, aumentare la produttività, rilanciare la crescita e creare (in futuro e forse) più occupazione, facciamolo. Ma non raccontiamo la storia degli insider cattivi e degli outsider buoni!
PS: entrambe le teorie sono macroeconomiche e non mi piacciono. Considerano il lavoro come un fattore di produzione. Da Penrose in avanti, alcuni economisti hanno iniziato a considerare i lavoratori come una risorsa. Non a caso Penrose era donna.
Tuesday, April 17, 2012
Gli economisti e la crisi
Nel bene e nel male non si è mai parlato tanto di economisti e fatto parlare gli economisti come negli ultimi anni. C'è chi "gli econoministi hanno causato la crisi", c'è chi "gli economisti non hanno previsto la crisi", c'è chi "gli economisti ci salveranno dalla crisi". Mi preoccupano poi i ricorsi ad una terminologia medica su "bilanci da risanare", "crisi da curare", "diagnosi e cure" o a fantascientfici risvolti di simulazioni predittive del futuro.
Urge ricordare a tutti e soprattutto agli economisti che l' economia è una scienza sociale. Anzi torniamo a chiamarla con il suo nome ovvero Economia Politica. L' economia nasce come l' arte di far di conto per mandare avanti una famiglia o un' impresa. Quando questa famiglia divenne nei lunghi percorsi storici la famiglia reale che possedeva uno stato, l' economia divenne politica.
Così l' economia politica si occupa di come far tirare avanti la nostra grande famiglia-stato decidendo cosa comperare, come investire sui figli, come mantenere i nonni, se fare un investimento, se prendere a prestito o risparmiare per i periodi più difficili.
Ovviamente il livello di complessità è molto maggiore perchè ci sono svariati individui con interessi e visioni del mondo che devono coesistere, c'è una competezione interna ed una esterna degli altri stati, manca spesso un senso di reciprocità come in un nucleo familiare, esistono imprevisti e improvvisi shock esogeni a cui fare fronte.
Si dice che Max Planck prima di occuparsi di Fisica, si fosse appassionato di economia politica. Una passione però, a suo dire, durata poca a causa della sua eccessiva complessità.
Storicamente, la complessità dell' economia è stata riconosciuta ed i primi economisti da Adam Smith a Carlo Marx, furono filosofi a tutti tondo. Nei loro scritti, il rigore dei numeri è sempre affiancato da considerazioni di natura storica, giuridica, istituzionale, psicologica.
A fine Ottocento, l' invidia positivista degli economisti per le altre scienze diede l' illusione di poter affrontare in altro modo la complessità dei sistemi economici. Jevons per primo suggerì di abbandonare la dicitura Political Economy per descrivere questa scienza e passare ad più scientifico Economics per farla assomigliare di più a mathemathics o phisics. E la scienza economica, dalla matematica e dalla fisica meccanica, ne mutuò anche gli strumenti. Ne nacque una scienza dove la modellistica analitica sostituì la filosofia nell' interpretazione dei dati.
Il cambiamento non fu certo o solo negativo. La forza del linguaggio analitico è dirompente. Esso è un potente mezzo di ragionamento con cui si chiarificano i concetti, si studiano in modo logico le relazioni, si evitano fallacie di ogni genere. L' errore fu (è) quello di dimenticarsi in buona o cattiva fede che ogni modello è basato su ipotesi di lavoro diverse che necessariamente portano a risultati diversi.
Attualmente si scotrano due scuole quella keynesiana e quella ortodossa (mainstream). I keynesiani sostengno che non si debba ridurre la spesa pubblica, perchè spesa pubblica vuol dire domanda per le imprese che possono così prosperare e creare redditi per imprenditori ed operai che a loro volta spenderanno di più. A questo dovrebbe accompagnarsi un allargamento della base monetaria per generare inflazione e creare occupazione (per approndire si googoli "curva di phillips").
Gli ortodossi o mainstream ritengono invece che bisogna tagliare le spese ed abbassare le tasse, in modo da liberare risorse per gli investimenti privati. L' inflazione deve rimanere bassa perchè garantisce stabilità al sistema e nel lungo periodo non crea sicuramente occupazione.
Alcuni dei primi sostengono anche un' uscita dall' euro per riequilibrare il valore dei prodotti di stati diversi. Così facendo, dicono gli altri, dovrebbero però anche introdurre restrizioni al libero mercato. E le econonomie, dicono, prosperano nel libero scambio.
Insomma i medici non sono d'accordo sulla cura.
Il fatto è che hanno tutti ragione. Sulla base di un modello keynesiano la spesa pubblica genera più spesa privata. Sulla base del modello standard la moneta nel lungo periodo non ha effetto sull'occupazione.
Il fatto è che hanno torto tutti, perchè conosiderano la complessità modellabile da equazioni matematiche che generano previsioni. L' economia non è la psicostoriografia di Haari Seldon:
"La psicostoriografia era la quintessenza della sociologia; era la scienza del comportamento umano ridotto ad equazioni matematiche" (I. Asimov)
In verità l' economia deve ritornare ad essere una scienza del ragionamento pragmatico, che si basa tuttavia su una sopraffina analisi statistica di grandi moli di dati. I modelli servono eccome! ma non da brandire come una bibbia, ma per essere confrontati tra di loro.
A me piace leggere Einaudi e Schumpeter, ma non vanno più di moda!
a bien tot
Urge ricordare a tutti e soprattutto agli economisti che l' economia è una scienza sociale. Anzi torniamo a chiamarla con il suo nome ovvero Economia Politica. L' economia nasce come l' arte di far di conto per mandare avanti una famiglia o un' impresa. Quando questa famiglia divenne nei lunghi percorsi storici la famiglia reale che possedeva uno stato, l' economia divenne politica.
Così l' economia politica si occupa di come far tirare avanti la nostra grande famiglia-stato decidendo cosa comperare, come investire sui figli, come mantenere i nonni, se fare un investimento, se prendere a prestito o risparmiare per i periodi più difficili.
Ovviamente il livello di complessità è molto maggiore perchè ci sono svariati individui con interessi e visioni del mondo che devono coesistere, c'è una competezione interna ed una esterna degli altri stati, manca spesso un senso di reciprocità come in un nucleo familiare, esistono imprevisti e improvvisi shock esogeni a cui fare fronte.
Si dice che Max Planck prima di occuparsi di Fisica, si fosse appassionato di economia politica. Una passione però, a suo dire, durata poca a causa della sua eccessiva complessità.
Storicamente, la complessità dell' economia è stata riconosciuta ed i primi economisti da Adam Smith a Carlo Marx, furono filosofi a tutti tondo. Nei loro scritti, il rigore dei numeri è sempre affiancato da considerazioni di natura storica, giuridica, istituzionale, psicologica.
A fine Ottocento, l' invidia positivista degli economisti per le altre scienze diede l' illusione di poter affrontare in altro modo la complessità dei sistemi economici. Jevons per primo suggerì di abbandonare la dicitura Political Economy per descrivere questa scienza e passare ad più scientifico Economics per farla assomigliare di più a mathemathics o phisics. E la scienza economica, dalla matematica e dalla fisica meccanica, ne mutuò anche gli strumenti. Ne nacque una scienza dove la modellistica analitica sostituì la filosofia nell' interpretazione dei dati.
Il cambiamento non fu certo o solo negativo. La forza del linguaggio analitico è dirompente. Esso è un potente mezzo di ragionamento con cui si chiarificano i concetti, si studiano in modo logico le relazioni, si evitano fallacie di ogni genere. L' errore fu (è) quello di dimenticarsi in buona o cattiva fede che ogni modello è basato su ipotesi di lavoro diverse che necessariamente portano a risultati diversi.
Attualmente si scotrano due scuole quella keynesiana e quella ortodossa (mainstream). I keynesiani sostengno che non si debba ridurre la spesa pubblica, perchè spesa pubblica vuol dire domanda per le imprese che possono così prosperare e creare redditi per imprenditori ed operai che a loro volta spenderanno di più. A questo dovrebbe accompagnarsi un allargamento della base monetaria per generare inflazione e creare occupazione (per approndire si googoli "curva di phillips").
Gli ortodossi o mainstream ritengono invece che bisogna tagliare le spese ed abbassare le tasse, in modo da liberare risorse per gli investimenti privati. L' inflazione deve rimanere bassa perchè garantisce stabilità al sistema e nel lungo periodo non crea sicuramente occupazione.
Alcuni dei primi sostengono anche un' uscita dall' euro per riequilibrare il valore dei prodotti di stati diversi. Così facendo, dicono gli altri, dovrebbero però anche introdurre restrizioni al libero mercato. E le econonomie, dicono, prosperano nel libero scambio.
Insomma i medici non sono d'accordo sulla cura.
Il fatto è che hanno tutti ragione. Sulla base di un modello keynesiano la spesa pubblica genera più spesa privata. Sulla base del modello standard la moneta nel lungo periodo non ha effetto sull'occupazione.
Il fatto è che hanno torto tutti, perchè conosiderano la complessità modellabile da equazioni matematiche che generano previsioni. L' economia non è la psicostoriografia di Haari Seldon:
"La psicostoriografia era la quintessenza della sociologia; era la scienza del comportamento umano ridotto ad equazioni matematiche" (I. Asimov)
In verità l' economia deve ritornare ad essere una scienza del ragionamento pragmatico, che si basa tuttavia su una sopraffina analisi statistica di grandi moli di dati. I modelli servono eccome! ma non da brandire come una bibbia, ma per essere confrontati tra di loro.
A me piace leggere Einaudi e Schumpeter, ma non vanno più di moda!
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