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Tuesday, October 2, 2012

Punk economics

You know that something is wrong when the pope is German and the president of the European Central Bank is Italian: some punk economics! Enjoy it!

In alcuni post precedenti ho criticato le posizioni di chi vedeva nelle scelte tedesche i prodromi della crisi. Mi associo invece alle stesse persone nel vedere la responsabilità tedesca nel non uscire dalla crisi. Il perchè in modo semplice, ma avvincente è spiegato qui:

http://www.youtube.com/watch?v=oAR0VRLRGHE

Tuesday, May 15, 2012

oggi sono ortodosso

Se si è contro l' ortodossia bisogna anche condividere cosa dice l'ortodossia quando si è d'accordo.
 ed io oggi sono d'accordo con Boldrin. non capita spesso.
 Riporto l'articolo che si trova qui:
http://www.linkiesta.it/euro-germania-austerity-critiche#ixzz1uw9g6fXa

Ne approfitto anche per consigliare un'assidua lettura di linkiesta e, se vi paice, anche una donazione!

Basta criticare la Merkel, i tedeschi con l’euro ci hanno solo perso

Michele Boldrin

Dall’introduzione dell’euro, la Germania ci ha guadagnato ben poco, al contrario di quasi tutti gli altri Paesi. I quali, dalla metà degli anni ’90 sino al 2007, grazie all’ancora tedesca, videro abbassarsi rapidamente i tassi d’interesse reali sul loro debito. Ora si dà alla Merkel la colpa dell’austerity, ma è l’Italia che ha aumentato la spesa pubblica fino a bruciare l’indebito vantaggio che aveva.

Appartengo a quella sempre più sparuta minoranza che ritiene un gravissimo errore sia attribuire la responsabilità della crisi del debito sovrano europeo alla creazione dell’Euro, sia incolpare la politica economica tedesca per le situazioni di difficoltà in cui svariati paesi europei, quelli mediterranei in particolare, si son venuti a trovare negli ultimi anni. L’imbarazzante tarantolata collettiva in corso sulla stampa nazionale (alla quale questo giornale non ha purtroppo ritenuto opportuno sottrarsi) sembra voler esorcizzare il male, attribuendolo alla strega teutonica e ad una serie di patetiche balle storiche, invece di riconoscerne le cause endogene documentate da fatti e statistiche.

Mano a mano che la situazione economica si deteriorava e la serietà delle misure necessarie ad affrontarla diventava palese, all’eterna e monomaniacale campagna inglese contro l’Euro (non dovesse mai Frankfurt poter concorrere con la City of London) si sono aggiunti il lamento greco, l’invettiva italiana, la maledizione spagnola e lo scherno francese. È da un secolo che tutto il male, in Europa, viene da Berlino: perché mai dovrebbe questa essere un’eccezione? Non so se sia un’eccezione (anche perché dubito che la precedente sia una regola) ma so che i fatti suggeriscono che le responsabilità andrebbero distribuite con maggiore cautela.

L’Euro ha tanti genitori ma quelli originali non sono di certo tedeschi, quanto piuttosto francesi ed italiani. Dall’introduzione dell’Euro, per se, la Germania ci guadagnò ben poco mentre ci guadagnarono, dalla metà degli anni ’90 sino al 2007, gli altri paesi i quali, grazie all’ancora tedesca, videro abbassarsi rapidamente i tassi d’interesse reali sul loro debito. Per un paese come l’Italia questo “regalino tedesco” è stato equivalente a 4 o 5 punti di PIL all’anno per circa dodici anni: fa circa metà (esatto: METÀ) del nostro debito pubblico in essere! Se l’abbiamo sprecato aumentando la spesa primaria dobbiamo ringraziare solo noi stessi.

Sino al 2005 circa la Germania fa peggio della media e solo leggermente, ma proprio leggermente, meglio dell’Italia che è il fanalino di coda della zona Euro praticamente da vent’anni. È solo dopo che la coalizione Schroeder-Merkel addotta, sette anni fa circa, una serie di drastiche riforme strutturali che l’economia tedesca ricomincia a crescere, la disoccupazione a calare e l’export a tirare. Non c’entra dunque nulla l’Euro (che c’era di fatto da una decade) anche perché tutti insistono che sia sopravalutato ed una sua svalutazione altro non farebbe che rendere ancor più competitive Audi e BMW! C’entra il fatto che le riforme le han fatte invece di creare commissioni sulla spesa pubblica da cui nascono commissioni per la spending review che producono un commissario che chiede consigli su come tagliare la spesa pubblica … Ma non distraiamoci, continuiamo. Sino a circa la stessa data la bilancia commerciale fra, tanto per dire, Italia e Germania è in equilibrio o in attivo. Sì, proprio così: vendavamo di più noi a loro che loro a noi. Incredibile la differenza che qualche riforma strutturale può fare rispetto alle chiacchere patriottiche, vero? Andiamo avanti: cosa è successo dopo che i tedeschi hanno fatto i loro doveri? Beh, è successo che gli altri han continuato a non farli, questo è successo. È colpa di Angela Merkel se TreniItalia è l’orrore che è mentre DeutscheBahn no? Davvero han deciso i tedeschi di mettere Rodrigo Rato, un politicante incompetente, a gestire Bankia?

Ah, i fatti, i maledetti fatti. Molto meglio retorica come questa per vendere un po’ di mediterranea pseudo-cultura a fronte della fredda austerità teutonica. Cosa c’entra Weimar con la situazione greca se non perché, essendo quello di Weimar un fallimento tedesco, esso permette facili quanto inutili analogie? La Grecia non ha avuto l’appoggio della UE? Avete presente la quantità di soldi che gli elleni hanno ricevuto e come li hanno spesi? Che senso ha dire parole in libertà su temi che non si conoscono? In questo momento la Bundesbank è esposta per circa 700 miliardi di Euro con il resto del sistema creditizio europeo e sta finanziando da sola l’intero continente.

Da trent’anni il governo tedesco fa la parte dell’asino, al ritmo di quasi un punto percentuale del proprio PIL all’anno, nel finanziare i fondi strutturali ed agricoli europei (quelli di cui la Grecia ed il nostro Meridione han fatto scempio) mentre fa la parte del mulo, al ritmo di altri 300 miliardi di Euro, nel finanziare i vari fondi di stabilità creati dopo il 2009. L’austerità teutonica sara vuota, come sostiene un buontempone mediterraneo, ma riempie il salvadanaio che paga gli sprechi siciliani, le ruberie romane, le follie ateniesi e le sieste sevillane. In questo consisterebbero la leadership europea e la “supremazia della politica”? Un po’ come spiegare ad uno sugar-daddy che nel pagare a prestazione la meretrice sta l’essenza del grande seduttore …

Siamo all’orgia della malafede, ma siamo in ottima compagnia. L’ultima geniale idea di cui si discute sia al FMI che a Parigi è la seguente: i tedeschi dovrebbero, per decreto governativo, aumentarsi gli stipendi (ed i prezzi) di un 6% circa. In questa maniera aumenterebbe la domanda e tutti potremmo produrre di più, loro inclusi … Ah, vero: perché la domanda aumenti occorre aumentare solo i salari e non i prezzi, giusto. Ah, vero di nuovo: così facendo aumentano i costi delle aziende tedesche che inizieranno a fare perdite. Beh, meglio: qualche azienda tedesca chiuderà e qualche centinaia di migliaia di lavoratori tedeschi perderà il proprio lavoro ma, secondo i teorici di questa bestiale versione del modello superfisso, le perdite di competitività ed occupazione tedesca causeranno analoghi guadagni greci, spagnoli o italiani. Se non bastasse il 6% quest’anno chiederemo loro un altro 8% l’anno dopo: prima o poi anche la loro economia andrà in malora ed allora le nostre risorgeranno! Si chiama leadership continentale, altro che la vuota austerità secondo cui chi non lavora non mangia. L’ha detto Paul Krugman, che ha il Nobel, quindi dev’essere vero. Che anche Paul Krugman abbia fatto il classico?

Thursday, May 3, 2012

L' alternanza delle idee

[post liberamente ispirato dalla discussione a pranzo con i colleghi]

Nei momenti di crisi si mischiano le carte in tavola, si dubita delle certezze assodate, c'è spazio per strade alternative. Anche quelle non necessariamente amate dalla teoria dominante. Ma a differenza delle altre scienze, in economia, una teoria non è dominante, se non lo è anche politicamente. Non è un caso che la teoria economica marginalista di Jevons, Walras e Menger abbia avuto successo per fornire argomenti scientifici ai detrattori del marxismo, che pure si poneva in modo scientifico. Non è un caso che la scuola economica neoliberista sia diventata dominante con Reagan e la Tachter e non certo per l' originalità delle idee, considerato che von Hayek il Nobel lo aveva già vinto nel 1974.

Un pensiero economico e politico dominante si instaura come risposta allo spirito del tempo, ai bisogni espressi dalla società dati i suoi equilibri, ma poi tende a perpetuarsi indipendentemente. Solo un'idea forte che risponde meglio al mutato spirito del tempo e si organizza in modo efficace può scalzarlo. Società anchilosate nei vecchi paradigmi non possono che decadere. In questo momento è chiaro che l' idea politica ed economica dominante non risponde più alle esigenze del tempo. Forse si intravede un' alternativa. Sicuramente il potere si appresta a difendere la cittadella.

I cardini del pensiero neoliberista di politica economica  in situazioni di crisi rifuggono sia dall'utilizzo della leva monetaria e sia da quella di aumento della spesa pubblica. La strada maestra da seguire è quella della politica deflazionistica e tagli alla spesa: in una parola l' austerity. L' austerity non è un concetto economico, ma uno filosofico e si riferisce alla necessità di cupi anni di recessione in cui purificare calvinisticamente l' anima e ritornare alla crescita. Ringraziamo  il popolo greco per averci mostrato sulla propria pelle con un esperimento naturale come in questa crisi l' austerity sia la soluzione sbagliata.

Tuttavia e per fortuna, in democrazia, gli spiriti irrazionali dei cittadini potrebbero rincorrrere qualche sincera e coraggiosa voce alternativa oppure anche le sirene del populismo demagogico e dei naziolismi. Per difendersi da entrambi, il potere dominante ha sottratto sia gli strumenti di politica monetaria che quelli di politica fiscale al controllo parlamentare. Attreverso l' euro, il controllo della base monetaria e dei tassi di interesse è in mano alla BCE. Da poche settimane il pareggio di bilancio è diventata legge costituzionale  e lega quindi le mani anche ai governi futuri.

Se da una parte la costituzione della moneta unica aveva ed ha fini nobili di traino delle istituzioni europee, non si capisce perchè una nazione dovrebbe autolimitarsi nella possibilità di produrre disavanzi di bilanci quando fosse possibile e necessario.O meglio non si capisce perchè questo legge sia stata votata quasi all' unanimità...

A questo governo  e a quelli futuri non rimane che la strada del taglio delle spese e delle liberalizzazioni. Storicamente in Italia di liberalizzazioni non se ne sono mai fatte. Einaudi sosteneva che è difficile rimuovere dei privilegi una volta che sono stati concessi. Rimane il taglio della spesa per lavori dipendenti, il taglio dei finanziamenti agli ospedali, all' università a tutte le produzioni di beni pubblici. Vuol dire taglio dei consumi e vuol buttarsi a capofitto nella spirale recessiva per i prossimi anni. Recessione non è una parola astratta. Essa significa disoccupazione, non arrivare a fine mese,  mettere al mondo meno figli, rimandare le cure e la prevenzione, rinunciare agli studi per portare soldi a casa, chiedere aiuto all' usura, essere più proni alle tentazioni della criminalità.

Spero di sbagliarmi, ma in un momento di crisi europea e sistemica, una recessione non potrà che essere lunga. Attrezziamoci e magari iniziamo a pensare a qualche alternativa...



Friday, April 13, 2012

Loretta Napoleoni ed i perfidi tedeschi

Ieri sera al Circolo dei Lettori ho partecipato ad una bella serata torinese.

Loretta Napoleoni ha raccontato ad un etereogeneo gruppo quali sono secondo lei i motivi della crisi ed ha offerto una visione per uscirne.

La ragione principale della crisi del capitalismo occidentale è, secondo la Napoleoni, da ricercarsi nella fine dei vantaggi europei nello sfruttamento delle materie prime in chiave (neo)colonialista, un riequilibrarsi quindi del potere economico a livello mondiale. Il suo è stato uno sviluppo più o meno inconsapevole della teoria centro-periferia. Si chiama dependecy theory, risale agli anni 70 e descrive in chiave strutturalista i rapporti di forza di un centro ricco, che vive sfruttando le risorse di una periferia povera. è sicuramente una parte della storia, se sia la più importante non lo so. e non credo, ma questo sarà magari argomento di un altro post.

Dove non sono tuttavia d'accordo è l' utilizzo dello stesso modello per descrivere i rapporti di forza all' interno dell' Europa dove i paese del nord (ma lei parlava solo di Germania) sono il centro ricco che sfrutta le fasce periferiche. Il discorso non è nuovo ed in voga nella sinistra radical chic (della quale io faccio parte a corrente alternata). C'è anche chi su questa teoria ci ha creato un Blog.

Il meccanismo sarebbe il seguente. L' ingresso nell' Euro ha garantito alla Germania l' utilizzo di una moneta più debole rispetto al marco rendondo l' economia teutonica più competitiva nel mondo e soprattutto in Europa. Contemporaneamente l' euro ha permesso ai peasi periferici di indebitarsi a bassi tassi di interesse per comperare i più competitivi prodotti tedeschi. Contemporanemente il non più competitivo settore manufatturiero della periferia chiudeva baracca e burattini (In Grecia esiste più). A questo si aggiunge, dicono alcuni, ma non la Napoleoni, che i perfidi capitalisti tedeschi avrebbero tagliato i salari per aumentare la produttività e dato incentivi all'economia aggirando le restrizioni dell' antitrust europeo. Secondo le stesse persone, l' uscita dall' euro ed il ricorso a svalutazioni competitive salverebbe il (poco)salvabile.

L' analisi è in parte corretta. Infatti è vero che: la produttività media del lavoro in Germania cresce da 30 anni più di quella italiana, negli anni 2000 il settore manufatturiero tedesco ha avuto crescita di salari contenuti, noi ci siamo indebitati, la germania ha migliorato la bilancia commerciale, noi l' abbiamo peggiorata.


Tuttavia abbandonando il mondo meccanicista-strutturalista della macro-economia possiamo vedere più cose. Soprattutto non possiamo vedere nessuna imposizione (neo)colonialista dei rapposrti di forza. Cosa è successo veramente? ecco una spiegazione alternativa basata sulle scelte di investimento.

La produttività aumenta di più se il costo del lavoro crese di meno o se migliora la tecnologia, le infrastrutture, le condizioni istituzionali in cui operano le imprese.

Dalla svalutazione del 1992 al 2002 in Italia la crescita della produttività è rimasta al palo, maggiore solo di quello della slovacchia nei paesi OECD. e non certo per un aumento dei salari. Ilproblema è che non si è investito in R&S: soprattutto di fianco allo storico deficit di R&S pubblico, le imprese private non hanno reinvestito i profitti in investimenti innovativi. Infrastrutture? condizioni istituzionali? zero assoluto. mentre i perfidi tedeschi in quegli anni investivano per migliorarsi noi che facevamo?

L' ingresso nell' Euro non ha migliorato la situazione. Ormai tranquilli di essere al coperto da tempeste valutarie abbiamo continuato ad indebitarci cullati in un' illusione televisiva di ottimismo. Nel frattempo in Germania, il governo schroeder ha implementato l' AGENDA 2010, ovvero un piano strategico di sviluppo di orizzonte pluriennale che ha garantito bassa crescita dei salari in cambio di tagli non eccessivi del welfare, reinvestimenti in capitale umano e ricerca sviluppo, incentivi alle imprese innovative soprattutto in alcuni settori strategici come le energie rinnovabili. Ora aldila' del giudizio politico che si vuole dare, agenda 2010 è stato un momento di riflessione, visione ed azione. Ed ha portato i suoi frutti. Non si possono accusare i tedeschi di essere perfidi perchè hanno fatto quello che avremmo dovuto fare noi. ed ora gridiamo alla mancata collobarazione tra nazioni europee.

All' interrno di un sistema competitivo istituzionale e leale, non si può dare la colpa agli altri, quando si è fatto poco noi. All' Italia manca una visione di politica economica ed industriale a causa della pluridecennale empasse politica. In tempi difficili che richiedono riflessione, visione ed azione, questo è il problema maggiore.